A.R. Bettazzoni, 2013

Vittorio Mameli è figlio della Sardegna. Qui nasce nel 1944, a Bonorva, in provincia di Sassari, e trascorre i suoi primi 19 anni, tra agricoltura e pastorizia. Fin da ragazzo ama dare ‘forma’ e trasformare in ‘scultura’ i materiali poveri, come diremmo oggi, che la terra mette a disposizione: pietre, sughero, legno. I sacchi usati per il cemento diventeranno le sue prime tele.
Nel 1963 emigra ‘in continente’, in Toscana, dove rimane 4 anni. Si trasferisce quindi sulle colline bolognesi, a Stiore di Monteveglio, dove riprende, nel dopolavoro, acquarelli e olio.
Nel 1968 approda a Castelfranco Emilia, dove incontra e sposa Ersilia, che gli darà la figlia Sonia e dove resterà per gli anni a venire. E sarà proprio Ersilia a spingere Vittorio a riprendere in mano l’antica passione lasciata da ragazzo. Riprendono corpo così, inizialmente come dono per la fidanzata, le sculture in legno.

Legni scolpiti che poco dopo arrivano all’attento e profondo sguardo di Anton Celeste Simonini, eminente artista castelfranchese, nonché allievo di Giorgio Morandi all’Accademia di Bologna. Ed è proprio Simonini a scoprirne il genio e a stimolare Vittorio a proseguire. Fiducia, stimolo, incitamenti e apprezzamenti del maestro, verso il giovane autodidatta, non verranno mai meno.
Nel 1972 il giovane Mameli partecipa con le sue prime opere, sculture e bassorilievi, ad una mostra-concorso a Castelfranco E, la prima delle innumerevoli future esposizioni. Mameli conosce diversi e apprezzati artisti castelfranchesi, con i quali si confronta e collabora, entrando a far parte dell’associazione locale “Gli Amici dell’Arte”, poi formalmente costituitasi nel 1995.
Arrivano presto i riconoscimenti. Nel 1973 medaglia di bronzo all’estemporanea di pittura a San Felice sul Panaro (Mo). Da questo momento, si susseguono mostre e concorsi in diverse città dell’Emilia Romagna e di molte altre regioni. Tanti i premi assegnati, alcuni di grande prestigio. A Firenze, dove partecipa, a partire dal 1975, alla rassegna Arti Visive ‘Premio Internazionale Brunellesco’ merita 3 medaglie (bronzo e argento) e il 2° premio per due volte al concorso internazionale ‘Ala Bianca’ per il bassorilievo. Nel 1979, tra oltre i 100 partecipanti al concorso nazionale, vince il 1° trofeo Città di Monteveglio (come migliore artista, espositore e migliore opera), così come il trofeo Città di Reggio Emilia e il 1° premio al concorso di pittura e scultura del “Gruppo artistico modenese” con l’opera lignea “L’emigrante”.
Negli stessi anni, partecipa alle rassegne e ai concorsi promossi dall’associazione nazionale artistica “Amici del quadrato del lodigiano”, di cui diviene socio, operante in tutt’Italia e all’estero. Tra questi la rassegna di pittura e scultura ‘Il pennello d’oro’, in cui consegue argento e diversi bronzi, le rassegne ‘Arte Giro Lombardia’, i concorsi “Ape d’oro”, tra cui quello del 1980 a Bagheria, in Sicilia, dove risulta 2° classificato.
IL 1980 è l’anno d’oro. Nell’ambito delle mostre oltralpe dell’Associazione “Amici del quadrato”, selezionato tra i migliori artisti italiani, Mameli partecipa, a Francoforte, al concorso per l’Oscar 80 di Vienna, insieme ad artisti italiani del calibro di R. Guttuso, Remo Brindisi, De Pisis, Ernesto Treccani, vincendo l’Oscar. Vince il 18° Oscar d’oro “Città di Napoli” alla biennale di pittura, scultura e arte incisoria, promossa dal Centro Artistico e Culturale Internazionale ‘Giulio Rodinò’. Tiene una mostra a Breno di Brescia.
Nel 1982 tornerà a Francoforte. Per un caso fortuito, il direttore dell’Accademia di Brera, oltre che direttore della Galleria KUNSTLEBORSE (la borsa dell’arte) di Francoforte, si trova a Bologna e, in un ritaglio di tempo in attesa del treno, visita una personale di Mameli allestita in città (una tra le tante). Resta colpito da quei legni scolpiti e invita l’artista ad una personale, a Francoforte appunto, cui seguirà un tour in diverse città tedesche. Notevoli gli apprezzamenti della critica. Ancora nell’82 è accolto, quale socio, all’Accademia Tiberina di Roma, organismo di promozione dell’interesse per gli studi letterari, storici e artistici. Vince un argento a Viareggio.
Occasioni che avrebbero potuto essere trampolino di lancio per una carriera d’artista, ma Vittorio Mameli rifiuta di entrare in un circuito commerciale. “Avevo timore ad entrare in quel mondo, che sentivo più grande di me – dice oggi – non so se ho fatto bene o male”.
Il nostro artista autodidatta, pur ‘servo dell’arte’, come ama chiamarsi, può ben definirsi uno ‘spirito libero’. Ama intagliare, dipingere e sperimentare tecniche per pura passione e divertimento, nel senso autentico del termine. Continua così, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la sera e la domenica, il suo lavoro di pennello e scalpello. “Scultura e pittura sono un rifugio interiore – continua l’artista -, dove si stemperano i sacrifici, le fatiche, il negativo che c’è nel mondo. E devo dire grazie a mia moglie e a mia figlia, che mi hanno incoraggiato e sostenuto, sempre, in ogni modo”.
Dagli anni ’80 ad oggi, proseguono mostre e concorsi in diverse città italiane. Si segnala ai concorsi ‘Coppa del mare’ e ‘Orso d’oro’ a Luco dei Marsi in Abruzzo. Partecipa ai diversi concorsi nazionali di Castelmaggiore (BO), dove per 2 volte consegue la medaglia d’argento e a quelli del Trofeo Città di Reggio Emilia. Partecipa con successo alle biennali nazionali ‘La tavoletta d’oro’ dell’associazione ‘Il Guercino’, a Cento di Ferrara. Nel 1985 in Toscana vince il 1° premio internazionale “La Vela e il Mar”. Nel 1986 espone, con i colleghi amici castelfranchesi nonché artisti dell’intarsio L. Bandieri e F. Ferrari, alla Pinacoteca di Tenno, in provincia di Trento. Partecipa ai concorsi di pittura, scultura e grafica ‘Città di Modena’ del Gruppo Artistico Modenese, dove nel ’94 vince il 1° premio con la scultura Contorsionismo politico, nonché alle varie edizioni del premio-mostra nazionale ‘Il Torchio’ di Modena. Espone, con personali, a Campogalliano e Bazzano, nel 2005 è a San Cesario sul Panaro, con la mostra “Visioni”, straordinaria raccolta di 200 maschere. E’ a Modena, nel 2005, al concorso presieduto da Vittorio Sgarbi, ‘Prove d’autore’.
A Castelfranco Emilia, da oltre 40 anni, fa parte del gruppo locale “Gli Amici dell’Arte”. Non si contano le mostre, personali e collettive, e le estemporanee che in diverse occasioni dell’anno sono state promosse dall’Amministrazione civica, da parrocchie e da altre istituzioni e associazioni locali. Grande e profondo lo stimolo e la forza che il nostro artista ha infuso in tanti giovani esordienti, cultori del legno e non solo, della sua città: una sorta di restituzione della forza da lui ricevuta dal maestro Simonini in giovane età…forze in circolo.. Da qualche anno conduce corsi di scultura, che, con quelli di altri artisti locali, fanno emergere e crescere dilettanti e talenti nascosti.
Vittorio Mameli è segnalato nel catalogo “Personaggi oggi” dell’edizione “Il quadrato” di Milano 1976, nella Rivista Artistica “Pan Arte” di Firenze edizione 1980, nonchè nella guida, ed. 2013, ‘Artisti contemporanei’, selezionati e consigliati dal direttore artistico di ‘Art Events’ Mario Mazzoleni. Hanno scritto di lui altre riviste artistiche, tra cui “Nuovi Orientamenti”, ed. 1982, di Gallipoli (LE), “Italia artistica” ed. 1980, nonché giornali nazionali e locali, tra cui “Il resto del Carlino”, “Il Messaggero sardo”, il “Quotidiano di Piacenza”, Il “Nuovo Giornale”, La “Gazzetta di Modena”, riviste culturali delle Province di Modena e Bologna.


Non è semplice tracciare un quadro dell’opera di Vittorio Mameli, soprattutto da parte di chi, come la sottoscritta, non ha titoli per farlo, se non come ammiratrice di quei legni, di quei quadri dipinti, di quelle incisioni.
Il linguaggio dell’artista è sobrio, privo di enfasi decorativa, legato alla concretezza della materia, in primo luogo il legno, vivo, solido, caldo, sicuro. Legni di sequoia, abete, cirmolo, moganino, tiglio, bilinga, rovere, canfora e altri ancora.
E dal blocco di legno, sempre unico, ecco emergere l’opera. Sono figure stilizzate, essenziali, scavate nel legno con la sicurezza di chi possiede la tecnica, ma anche l’immagine che da quel legno sta per uscire, un’immagine che è il legno stesso - nelle sue forme, colori, nodi - a suggerirgli…A lui, servo dell’arte, spetta solo portarle alla luce. Il colore stesso pare fondersi con il legno. Le sculture a bassorilievo infatti sono spesso colorate, con colori naturali macinati e mischiati a tuorlo d’uovo e altre sostanze non sintetiche, e trattate con cera d’api.
Ma, se la sua figura, per molti versi, resta legata alla scultura lignea, Vittorio Mameli può ritenersi a pieno titolo un poliedrico sperimentatore di tecniche e materiali diversi: olio, matita, pastello, inchiostro tipografico, studi di colore, tecniche miste. Di particolare interesse le sperimentazioni di arte materica e le esperienze di grafica, su lastre di zinco e lastre di legno, dove applica una speciale tecnica (una combinazione di colori ad olio con un acido mutante capace di richiamare specifici colori), grazie alla quale sono nate le sue incisioni, tutte prove d’autore, una diversa dall’altra. Tecniche e materiali differenti che ci mostrano un assiduo e costante lavoro di ricerca.
Tutte le opere hanno però una comune anima e comuni messaggi. Elaborano la vita e le origini dell’uomo, nel suo legame con terra e natura, nella fatica del lavoro, nel dolore, nella solitudine. Ma anche l’uomo nei suoi legami d’amore e di solidarietà.
Ogni scultura, ogni bassorilievo, ogni quadro è un racconto dell’uomo e un racconto sociale. Un racconto che fa presa immediata su chi guarda, lasciandosi leggere senza barriere, purchè, con sensibilità e pazienza, si vada oltre, se necessario, all’apparenza. E in ogni immagine si legge un tratto del mondo sociale di ieri e di oggi. Temi forti del tempo attuale, espressi in anticipo decenni or sono.
L’ingiustizia sociale, quella della pagnotta dei pochi per parafrasare una sua opera, tra chi ha (troppo) e chi non ha (nulla).
L’emigrazione verso il sogno dell’Eldorado che invece va dritta in miniera (L’emigrante, ora in Germania, solo, con le sue valigie e lo sguardo verso l’ignoto, è un po’ la sua carta d’identità), un mondo con cui l’artista ha fatto i conti in prima persona.
Il mondo multiculturale, dove tutte le razze sono destinate a sedersi alla stessa tavola.
La fatica del lavoro contadino e nel contempo la sua dignità.
Il mondo diviso in blocchi.
L’espansione urbana abnorme e incontrollata che soffoca la natura e lo stesso uomo: e l’albero, dal cui legno nasce l’opera, compare spesso e ci parla, oggi più che mai, in un’epoca deliberatamente volta alla loro distruzione.
La crescente solitudine dell’uomo, sempre più precario nel suo posto in questo mondo (emblematico Il vagabondo) e l’inutilità della discordia.
L’indifferenza crescente verso povertà, dolore, emarginazione.
Ma anche il gesto di solidarietà, la mano che, alla fine, si tende all’altro, il legame tra le generazioni, la speranza, proprio come quella che infonde il sorriso solare dell’artista.
Se per un verso le opere sono racconti da leggere, per un altro emanano spesso mistero, senso dell’arcano, visioni oniriche. Un mistero che pure è un tratto proprio e profondo della natura, oltre che dell’uomo, anche quello ‘tutto ragione’, che pretende di dominare la tecnica e la natura. Ciò che si coglie, in particolare, di fronte alle 200 maschere, una raccolta impressionante di teste scolpite e di altrettante visioni. Dalle opere non escono solo immagini popolari, ma veri e propri ‘archetipi’, come ebbe a dire A. C. Simonini, immagini primordiali che accompagnano ogni uomo, in ogni tempo.

Anna Rosa Bettazzoni
Castelfranco Emilia, 7 novembre 2013

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