A.R. Bettazzoni, 1989

Nato a Bonorva (Sassari) il 9 luglio 1944 Vittorio Mameli vive e lavora dal 1968 a Castelfranco Emilia.
Autodidatta, nel pieno senso del termine. Orfano di entrambi i genitori è costretto precocemente al lavoro per vivere, ha conseguito la licenza elementare frequentando corsi serali.
Ancora bambino, inizia a dipingere e a scolpire, nelle poche ore di libertà oltre il lavoro, dando così forma ed espressione al suo complesso vissuto interiore, già segnato da un profondo senso di solitudine.
Dopo una pausa di alcuni anni, dettata dagli impegni di lavoro, riprende l'attività artistica e, incoraggiato dalla moglie, partecipa nel 1972 alle prime mostre, ottenendo ben presto i primi riconoscimenti.

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A.C. Simonini, 1987

Il legno
La Sardegna
Vittorio Mameli

Non capita spesso di vedere un tronco d'albero secco emergere dal grigio campo ed ascendere, come presenza scura verso il cielo, a rami aperti come dita imploranti un miracolo che gli possa far rispuntare le foglie perdute in Autunno.
Sembra una statua naturale.
Un monumento di legno.
E il legno fu una delle prime materie usate dall'UOMO per compiere i suoi riti e creare le nuove forme oggettuali utili a qualche uso particolare.

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L. Carli, 1980

Il miracolo del racconto della nascita della favola, della tessitura umana, della spiritualità umana, riconduce a misteriose apparizioni, a intatti momenti di attenzione, a episodi dell’infanzia di ognuno, quando ancora il rumore degli arnesi degli artigiani, i vecchi mestieri, oltre a cullare i sonni di molti anni fa, accompagnava la voce della strada, là dove ferveva la vita.
Da spalancati occhi stupiti parlano, i personaggi di Vittorio Mameli, di un mondo ancora intatto dove la violenza quotidiana non viene ravvisata con la frequenza di oggi nella vita sociale. Un mondo silenzioso, oggi, respira nel cuore di molti, che ne intuiscono un impegno diverso, più pulito. Allora la macchina più importante erano le mani dell’uomo, il motore più significativo l’inventiva individuale e la ferrea volontà di giungere all’altrui persona attraverso un umile lavoro, come un canto che accompagnava una nuova conoscenza, un nuovo amore, la nascita di un’amicizia di collaborazione e di stima.

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A.C. Simonini, 1978

Grazia Deledda scriveva le pagine più belle, ascoltando il suono misterioso e lontano delle “Luneddas”: interpretava i segni e le misteriose ombre notturne vaganti controluce e le voci dei pastori barbaricini che vegliavano le greggi fra i boschi di quercia e di sughero. Si spargeva l’odore del latte cagliato e delle ginestre fiorite; mescolato all’asprigno odore di lana da poco tosata, l’odore di tabacco. Luoghi e personaggi dell’antica Sardinia, abitatori delle città nuragiche, si vestivano di antiche costumanze e di voci di un idioma unico al mondo.
Ed io, con lei, leggendo quelle storie, rivivevo il tempo e il gesto del popolo patriarcale intensamente e con la stessa partecipazione corale.

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